postato da NailoViola alle ore 15:50 sabato, 26 settembre 2009


"Mi ricordano il colore del mare a mezzogiorno."
"Cosa?"
"I tuoi occhi, sono uguali all'acqua del mare quando ci picchia forte il sole."

Era stata questa la prima cosa che Rachel aveva notato in Jules. I suoi occhi azzurri si mischiavano alla perfezione con il rosso autunnale dei suoi capelli. Anche quelli erano sempre stati splendidi. Ondulate distese di arancione cangiante che in cima, dove si districanoi capelli, viravano al biondo per poi toccare le sfumature più accese del rosso verso le punte. Jules se li lascia pettinare di tanto in tanto, mentre legge il suo libro delle favole e a Rachel piace, la fa sentire più grande, come se fosse una sua amica. E adesso quegli stessi occhi occupavano la prima pagina ingiallita di quell'album. Tutto coincideva alla perfezione: la forma sinuosa delle sopracciglia che seguono l'arcata, le due virgole sorridenti contornate dalle ciglia folte, le fossette ai lati del sorriso, le guance che salgono creando due pallide rose rosse e infine i capelli, gli stessi, che affluivano eleganti all'indietro verso un fermaglio decorato da un fiocco di pizzo verde smeraldo.

Rachel lasciò dirigere lo sguardo a piè pagina.

Una grafia tremante segnava a inchiostro nero la didascalia "Mamma" con una piccola macchia di china che si ramificava verso l'esterno. Scorse lentamente la pagina successiva. Il sole penetrava nella filigrana della carta, la mistura di lino e cellulosa aveva regalato a quei fogli una trasparenza poetica oltre che al tipico ingiallimento, che ne marcava la bellezza. Dietro la foto appariva una data: 15 maggio 1969. Esattamente 30 anni prima.
Quindi non era Jules la ragazza nella foto? Proprio il mese precedente avevano tagliato una gigantesca torta al cioccolato per festeggiare il suo 28 compleanno. La somiglianza però era sbalorditiva. Se non avesse letto la nota sul retro, Rachel avrebbe scommesso la vita sull'identità della ragazza nella foto. In quel preciso istante bussarono alla porta. Rachel ebbe un sussultò che liberò un urletto smorzato sul nascere.
"Chi è?"
"Sono Jules! Rachel posso entrare?"
Frettolosomante chiuse il volume che aveva tra le mani e lo nascose sotto la panca.
"Si prego, entra."
Dall'uscio della porta sbucò la testa rossiccia della sua balia.
"Hai preparato tu la colazione?"
"Io? Rachel lo sai benissimo che non posso mai arrivare prima delle nove... e sono appena le 9.05" sorrise "Siamo sicuri che il tuo piccolo stomaco non se la sia sognata la colazione?"

Rachel ricambiò il sorriso nel modo più sincero possibile. Sperava di essere brava a nascondersi dietro le espressioni del proprio viso. Probabilmente si, dato che Jules non si accorse del suo momento di sconcerto. Aveva ancora il sapore dolciastro del succo di mirtilli sul palato, lo sentiva ancora passandoci la lingua sopra. Non l'aveva sognata... come non aveva sognato l'album e qualsiasi cosa fosse successa nelle ultime ore.

"Forse Jules... o sono diventata una brava sonnambula che si prepara da sola la colazione. Sarebbe parecchio comodo, non credi?"
Guardò la sua balia con il solito atteggiamento arrogante che usava con lei quando giocava a fare la saccente della situazione. Jules, come sempre, stette al gioco e mise il broncio, tiste per essere stata così sciocca. Entrambe scoppiarono a ridere.
"Probabilmente la mamma oggi si sentiva particolarmente poco in ritardo ed ha deciso di alleggerirti il lavoro, Jules."

"Probabilmente"
Mentre pronunciava quell'unica parola, Jules inarcò leggermente un sopracciglio... e Rachel ebbe l'esatta immagine del volto di Peter, che quella notte l'aveva guardata nello stesso modo. I pensieri fluirono incontrollabili nella sua mente: le onde ramate dei capelli, la profondità degli occhi azzurri, le perfette arcate fulve che incorniciavano lo sguardo... descrizione perfetta di persone differenti che stranamente coincidevano tra loro. Peter, Jules, la "mamma" dell'album fotografico.

"Ad ogni modo, che ci facevi qui, chiusa in camera? "
"Attendevo"
"E cosa, se mi è concesso saperlo?"
Di girare la pagina successiva...
"L'ispirazione, credo. Una lampadina accesa sulla mia testa che decidesse per me come passare questa giornata"
"Ed è arrivata qualche scintilla... o siamo ancora nel buio pesto?"
"A lume di candela" e qualcosa in quel momento si accese davero "Jules, tu non mi hai mai parlato della tua famiglia"
"Dici? " la sua espressione si fece impercettibilmente triste.
"Dico" sorrise Rachel compiaciuta "a meno che tu non sia figlia di una delle regine delle storie che mi racconti". L'espressione della balia assunse una strana inflessione " Dai Jul...andiamo giù in giardino tra i fiori che tanto ti piacciono. E' da tanto tempo che non mi racconti una storia"


Thx to Andrea Farina

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categoria : racconti, scrivo
postato da NailoViola alle ore 23:49 venerdì, 25 settembre 2009

Strinse a sè il piccolo tesoro.
Ormai era abituata a sentirsi spaesata ogni mattina, perchè ogni notte passata insieme a Peter le sembrava sempre più reale della precedente. Ma con il sorgere del sole, la sua presenza sembrava svanire, e la sua immagine si trasformava in un ricordo in controluce. Nulla rimaneva mai del suo passaggio, nulla della sua presenza, solo immagini impresse nella mente di Rachel. O almeno tutto era stato così fino a quella mattina.

Con l'album stretto in mano la bambina si diresse verso la cucina. Era scesa giù talmente di corsa e sovrapensiero da non essersi nemmeno cambiata. Sul tavolo trovò la colazione già pronta: era ancora calda. Ma se tutto era già sul tavolo, signfiicava che la governante doveva essere già arrivata. Possibile che non si fossero incontrate? Mangiucchiò qualcosa e finì tutto il suo succo al mirtillo. Molte sue amiche la prendevano in giro per quella sua strana abitudine mattutina. Dicevano che bere cose scure di prima mattina non era sano, era da gente malvagia. A volte le bambine credono proprio a qualsiasi cosa. E lei? Credeva a cose inesistenti? Accarezzò distrattamente l'album... no, qualcosa esisteva.

Corse nella sua camera e ci si chiuse dentro. Jules non sarebbe entrata senza il suo permesso, nessuno l'avrebbe disturbata. In ogni caso decise di togliersi la vestaglietta e di indossare qualcosa di più adatto, senza pensarci troppo. Poteva dover uscire di casa da un momento all'altro, e dare alla gente un'altro motivo per ciamarla Rachel la stramba, non le sembrava una bella cosa. Gente come sua mamma ne soffriva troppo.

Si sedette sulla panca imbottita sotto la finestra, facendo da parte qualcuno dei suoi vecchi peluches per fare spazio alle sue gambe incrociate. Ci poggiò sopra l'album e lo fissò attentamente. Era il suo piccolo tesoro, una conquista inaspettata, non poteva rovinare una cosa del genere per la troppa fretta. Accarezzò la copertina color porpora: era morbida, come qualcosa che non è mai stato abbandonato sotto la polvere o a contatto con il terreno; in alcuni punti sembrava un po' consumata ed i piccoli peletti del velluto avevano lasciato spazio al raso della fodera. Gli angoli erano rinforzati da degli inserti in cuoio rosso fermati con delle borchie dorate. Solo dei lussuosi antiquari in centro erano ancora in grando di fare delle rilegature del genere. Ormai erano un articolo decisamente fuori moda. Le sue piccole dita si spostarono poi sulla scritta: "Peter's family". Era fredda. Al suo contatto Rachel sentì un piccolo brivido attraversarle il braccio. Peter... non c'era scritto un cognome, o non si intravedeva uno stemma, quindi non si trattava di un oggetto di famiglia, ma di qualcosa fatto appositamente da o per il suo amico.

Il tempo di indugiare era finito. L'analisi razionale doveva lasciare il posto alla curiosità, all'istinto, alla voglia di sapere. Nemmeno per un istante la mente di Rachel prese in considerazione l'idea che quell'album fosse rimasto lì per sbaglio, che fosse una cosa intima di Peter a cui lei non poteva accedere senza il suo permesso. Sollevò la copertina lentamente e si ritrovò imersa nel profondo blu di un paio d'occhi.
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categoria : racconti, scrivo
postato da NailoViola alle ore 03:35 giovedì, 24 settembre 2009

a volte questa città è strana, non per forza in modo negativo.
spesso cammini senza una meta, riapri un attimo gli occhi, ricoleghi la mente e lo sguardo si perde davanti a qualcosa di fantastico, che mai avevi visto prima. un brivido ti percorre e d'improvviso ti senti qualcuno, un piccolo esploratore che ha appena portato alla luce un tesoro sepolto. non importa quante siano le persone ferme accanto a te, con la stessa espressione trionfante ed attonita. quello è il tuo momento di spaesamento, la tua grande conquista.

a volte sembra di sentirne il sangue fluire...
denso, ne senti la presenza, l'odore ferroso, il rumore ovattato del suo tocco con l'asfalto.
a volte riesci addirittura a vederlo ed ancora una volta lo sguardo si apre, gli occhi si sgranano, la comprensione si perde. perchè le vene non pulsano: si intrecciano immobili in una fitta rete attraversata da esserini che credono di essere importanti, si riunicono in centri isolati, si ammassano agli angoli. ma alla fine è solo una città e tutto ciò che di vivo esiste non dovrebbe far parte del suo dna.

ed invece ti trovi di notte a viaggiare in un quartiere famoso che tu non conosci. strade che per altri sono casa e per te sono il nulla. le guardi come se fossero un quadro esposto in una galleria all'aperto. non ti sembrano dei grandi capolavori, eppure sono li. altri ti sembrano degli angoli abbandonati di incomparabile bellezza. fissi tutto senza mettere a fuoco nulla, e quando la mente si disconnette e diviene appannata come la vista, ti accorgi di essere circondada da miele. il sangue di questa città è una sottile coltre di luce ambrata, che avvolge tutto e si nasconde.corri in macchina senza meta e davanti a te un obelisco ti si avvicina a velocità impressionanti. sembra un fossile rinchiuso nella resina della notte. è sempre stato li, eppure perchè sembra così diverso? tutto è sepolto sotto le stesse sfumature. nella mentre si forma indistinto il contrasto con il mondo a cui sei stato abituato: costruzioni pià o meno austere rese piatte da una fredda luce bianca, che rende gli incubi visibili ad ogni ora della notte, che rende gli intagli solo delle sporgenze ben proporzionate, che rende le leggende solo delle superstizioni.

il sangue di questa città è miele... ecco perchè è così denso, così dolce, così silenzioso quando incontra degli ostacoli. ma ancora non mi spiego quel familiare odore di ferro.

 

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categoria : pensieri
postato da NailoViola alle ore 17:01 sabato, 05 settembre 2009

"E se non lo fossi, parlerei qui con te?"

Si e no... come sempre, quando Peter era nei paraggi, i pensieri si facevano confusi. Il cervello formulava risposte che, arrivate a sfiorare le sue rubine labbra, sembrano solo vaneggiamenti.

Peter: una volta aveva parlato di lui alla sua balia. Lo sguardo attento, l'aria compiaciuta, Jules si era complimentata con lei perchè era riuscita a decriverle esattamente uno dei personaggi delle favole che da piccolina tanto le piacevano. Rachel era quasi scoppiata a piangere. Non si ricordava di nessun Peter delle favole... si trattava del suo Peter: gli occhi profondi, il sorriso sghembo, i riccioli che si accalcavano sulla fronte. Nessun ricordo infantile, ma solo particolari ben delineati che ogni notte si riaffacciavano alla sua mente.

Mentre i pensieri si susseguivano nella mente, Rachel rimase ferma a fissare il suo amico, la domanda sospesa a mezz'aria.
"No, forse no. Ma a volte sembri così diverso da me, e da tutti gli altri. Persino il giardino sembra diverso se ci sei tu", disse alla fine.
"Sciocchina" tornò a sorridere Peter "di notte ogni cosa sembra diversa, e se le vedi sotto la giusta luce, anche tutte le persone che conosci sembreranno diverse da te. Allora, andiamo?"

Andare dove?
Rachel avrebbe dovuto essere preoccupata: era notte fonda, era sgattaiolata fuori casa senza avvisare nessuno e non sapeva dove il suo amico volesse condurla. Ma tutto il suo corpo aveva ormai deciso per lei.

Le loro mani si unirono, le fragili dita strette tra loro a creare legami indissolubili. Una scintilla, così piccola da risultare invisibile,si spigionò a quel tocco, ma molto presto tutto tornò ad essere immobile.

 

La sveglia iniziò a suonare come ogni mattina.

Rachel aprì gli occhi: il soffitto bianco della sua stanza assomigliava spaventosamente alla nuvola fuliginosa che aveva accompagnato il suo sonno durante le ultime ore.
Passarono alcuni secondi prima di accorgersi che si trovava esattamente nella sua stanza.
Non era possibile: ricordava esattamente ogni dettaglio di quella notte, l'erba del giardino ancora umida, i colori pallidi delle rose di sua madre e soprattutto Peter, la sua voce flebile, le sue mani piccole e sottili...
Scese dal letto e di corsa si diresse alla finestra del giardino.
Se ciò che passò quella notte fosse stato reale, avrebbe trovato qualcosa, un orma sul pavimento, resti di terriccio o semplicemente la finestra accostata a confermarglielo.
Niente. Il parquet era intatto e la donna delle pulizie non sarebbe arrivata se non dopo un'ora. Diresse lo sguardo sui sui piedi: puliti. Al di fuori del vetro che separava la realtà dal sogno, tutto era rimasto come la sera precedente. Solo la luce del mattino adesso si divertiva a creare bizzarri giochi con le ombre che, passando per quella distesa verde, ballavano come fossero fate.

Il pozzo: era lì che si davano appuntamento ogni notte, ed ogni notte Rachel sgattaiolava dalla sua stanza per raggiungere il suo amico. Passavano le ore giocando, ma con Peter anche il gioco più insignificante si trasformava in una magia. Sì, perchè lui sapeva cambiare le cose. Spesso trascorrevano l'intera notte cercando le pietre più strane, poi Peter ne scieglieva una e recitava la solita frase: "Cosa vuoi che sia?"
Una farfalla, un gattino, una palla, un fascio di luce. Rachel poteva chiedere qualsiasi cosa e Peter sarebbe stato pronto ad esaudire i suoi desideri. Non facevano nient'altro da un mese e a lei, in fondo, andava bene così. Solo una volta aveva cercato di scoprire qualcosa del suo passato, ma alla sua domanda Peter aveva abbassato lo sguardo, i suoi occhi liberato una lacrima solitaria, i pugni stretto forte l'orsetto di pezza e poi a labbra serrate aveva singhiozzato un pianto soffocato.
Da quel momento promise a se stessa che non lo avrebbe fatto mai più piangere. Ma era difficile risvegliarsi ogni mattina e pensare di aver vissuto semplicemente un sogno, anche se il più meraviglioso che potesse fare.

Discese con lo sguardo sul terreno: ai piedi del pozzo, appoggiato su una pietra, c'era un libro. O almeno così sembrava. Solo dopo averlo raccolto, scoprì che in realtà era un album di foto. Sulla copertina di velluto purpureo si scorgeva a rilievo la scritta "Peter's family".



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categoria : racconti, scrivo
postato da NailoViola alle ore 16:15 venerdì, 07 agosto 2009

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Rachel accostò l'orecchio all'uscio della porta che la separava dalla stanza dei genitori. Nessun rumore proveniva dalla sottile parete di intonaco, così aspettò qualche secondo.

Il suo fiato si appesantiva al ritmo del ticchettio dell'orologio, che sembrava ora battesse come un tamburo impazzito.
Si avvicinò alla porta e con la pazienza di un ladro, lasciò scivolare la mano sulla maniglia di ottone. Il lieve stridere del legno le fece chiudere gli occhi, come se fosse stata scoperta ancor prima di compiere il suo piano, temporeggiò il tempo necessario per abituare le pupille alla luce dell'esterno e in punta di piedi sgattoiolò fuori, fino a raggiungere la finestra che dava al giardino.

Socchiuse gli occhi, così da mettere a fuoco quell'unico elemento del campo visivo che sembrava dover cogliere la sua attenzione.
Aspettò.
Il silenzio della notte raggelava qualsiasi movimento. Niente sembrava cambiare, persino le foglie degli alberi, avevano smesso di danzare col vento.
All'improvviso lo vide e un sorriso leggero la risvegliò da quello stato di tensione.

L'oscurità si era presto trasformata in un paesaggio semievanescente. Le rose della mamma nascoste tra i cespugli, gli alberi frondosi che costruivano improbabili capanne immaginarie, il soffitto spiovente ed ormai senza colore della rimessa dove il padre raccoglieva tutti i suoi tesori, avevano assunto strane tonalità di grigio perlaceo. Nulla di diverso dalle altre notti che silenziosamente aveva contemplato dalla finestra della sua cameretta. Eppure aveva sentito l'impulso di scendere, di avvicinarsi, di guardare meglio. Eppure aveva provato quella sicurezza impalpabile della sua presenza.

All'improvviso lo aveva visto e la tensione si era trasformata in felicità. Il mondo del sogno e quello del reale si erano finalmente scontrati. Lo sapeva che sarebbe successo... lui glielo aveva promesso. Il giardino fu illuminato da una piccola luce: un frammento di stella caduto dal dorso di una nuvola, così piccolo ma potente. Una scia di lucente speranza da seguire. Piccoli glitter argentei che coprono il familiare terreno percorso.

Era esattamente come lo ricordava nei sogni, solo molto più definito.
I ricci rossi che gli coprivano le sopracciglia appena accennate, gli occhi azzurri, difficile pensare non fossero disegnati, le lentigini che a macchie irregolari gli coprivano la pelle e quel sorriso, sottile ma sincero, tutto coincideva alla perfezione.
Nelle mani stringeva un fantoccio di pezza, di quelli che ormai da troppo tempo non si vedono più nei negozi di giocattoli. Indossava una tunica bianca che rifletteva perfettamente il bagliore circostante, magico o reale che fosse; i piedi erano scalzi, troppo sottili per un bambino della sua età.

Ma poi.. quanti anni aveva, in realtá?
Un occhio esterno avrebbe detto approssimativamente dieci, ma la sua ossatura così fragile, le caviglie sottili così come il collo, facevano pensare che avesse da poco superato i 7 anni.
Aveva sempre dimenticato di chiederglielo, l'unica cosa che sapeva con certezza, era che quel bambino che sedeva di fronte a lei e che proprio adesso sembrava volesse avvicinarsi, con passi lenti e dubbiosi, aveva un nome: Peter.

"Ciao Rachel"
"Ciao Peter". La voce le usci dalla bocca come se fosse stata assorbita da una grossa spugna.  Lo fissò negli occhi come fosse ipnotizzata, infine proseuì: "tu non sei reale vero?"
Il bambino, che fino a quel momento sorrideva, adesso aveva assulto un'aria dimessa, di chi avesse da poco ricevuto un grave insulto.
"E se non lo fossi, parlerei qui con te?"

Thx To Andrea Farina
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categoria : racconti, scrivo
postato da NailoViola alle ore 17:47 domenica, 14 giugno 2009

SOLO CHE FA UN MALE CANE...
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